Skip to content

PRESSALCUBO

Fare Informazione

Sergio Cammariere_foto2014_media(@Cammarieremusic)

Ritmi andalusi misti ad atmosfere brasiliane che si fondono formando un unico grande continente (PANGEA) nel quale è possibile prendersi per mano ed affrontare, canzone dopo canzone, un viaggio fra melodie solo all’apparenza leggere, frutto di un lavoro costante e presente sulla soglia che divide il sogno dal reale aprendo le porte ad un viaggio spirituale nel quale l’anima si pone alla ricerca del suo tempio attraverso l’arte. Su quella soglia il sogno è la percezione, il vero è quello che si riesce a riprodurre grazie ad un abbandono o alla trama ritmica che in quel momento sovviene, mentre sussiste l’urgenza di trascriverla.

Questo in sintesi ciò che ci ha ispirato  l’ascolto di “Mano nella mano” di Sergio Cammariere che abbiamo deciso di intervistare per Voi:

Nella genesi di questo disco c’è un viaggio oppure una canzone particolare che ha alimentato l’impulso creativo?

L’album racconta di luoghi visti attraverso i miei viaggi, camminando nel deserto o guardando nuovi cieli, nuovi orizzonti, una ricerca spirituale profonda. Auspicando una nuova rinascita.

Sicuramente è un album che termina con un inizio che, non a caso, si intitola PANGEA?

Pangea (dal greco antico “tutta la Terra”) è il supercontinente che si ritiene includesse tutte le terre emerse. In fondo parliamo di un qualcosa che forma una massa unica, ma è anche la sintesi di un processo lungo di metabolizzazione artistica, che oggi confluisce in questo disco. Armonie mature e spirituali che arrivano dopo un lungo viaggio, iniziato nel 1993, attraverso sette album.

Parlando di viaggi spirituali possiamo dire che “Mano nella mano” è un disco che possiede un’anima ed un cuore ben definiti?

Da sempre il mio interesse si rivolge allo studio della Antroposofia e prendendo coscienza degli studi di Rudolf Steiner, grazie anche ad uno dei suoi testi di riferimento come ” L’essenza della musica e l’esperienza del suono nell’uomo“, è per me naturale pensare che nella ricerca musicale sia fondamentale spingersi oltre, alla ricerca di suoni  e armonie in grado di aprire la mente alla conoscenza di mondi superiori. L’antroposofia ha una visione quadruplice dell’essere umano composto da: un corpo fisico, un corpo eterico, un corpo astrale, e l’“Io”. In particolare il corpo astrale è quello che meglio spiega ciò che accade nel sogno nel quale, secondo Steiner, il corpo si stacca dal suo involucro (il corpo eterico) per affrontare esperienze d’esistenza. Questo per dire che gran parte di tutto quello che io creo mi arriva anche come una suggestione notturna nel mondo dei sogni, nella quale il corpo astrale acquisisce nuova memoria. Spiego così il perché di tutta la mia esperienza fatta sino ad oggi nella musica. E’ nata da autodidatta, semplicemente. Tale esperienza, via via, si è fatta sempre più complessa, proveniente da qualcosa che sentivo e, costantemente, sento nascere da dentro. Merito anche del mio orecchio, inizialmente relativo, poi, diventato assoluto. Questo mio sentire muta nel tempo e percepisce suggestioni profonde che fanno parte della sensibilità e della mia crescita personale e umana. Una crescita consapevole di cui l’anima non è altro che un riflesso.

Quando si tenta di governare il sogno, l’urgenza sta nel riuscire anche a rappresentarlo fedelmente?

Quello di cui parlo non è un sogno governabile, lucido. L’esperienza di cui parlo è trascendentale.

“Mano nella Mano” è ricco di collaborazioni. Sono nate in seguito a delle scelte fatte con un obiettivo preciso?

L’obiettivo era quello di creare un suono leggero e i tempi erano maturi per dare corpo ad un sound capace di creare momenti di serenità.  Molta attenzione alle frequenze basse, spazio alle alte. Ci sono incontri tra giri di chitarra e assoli armoniosi di fisarmonica che raccontano la gioia che abbiamo provato io e tutti i musicisti coinvolti in questo album, dalle prove alle sessioni in studio di registrazione.

Ci sono aneddoti curiosi che meritano di essere raccontati?

Solitamente riprendo tutte le fasi di recording con la videocamera e la cosa bella è che suonare questo disco è stato un bel momento della mia vita. Tra di noi siamo riusciti a comunicare attraverso il linguaggio universale della musica, senza il bisogno immediato di parlarci.

E momenti difficili?

Tutti i momenti difficili li ho passati avvicinandomi alla musica. Ci sono delle opere che mi aprono il cuore tutte le volte che questo accade.  Ascolto per esempio la musica di Bela Bartok  o quella di Igor Stravinskij o il magnifico adagio in fa diesis maggiore, dalla decima sinfonia di Gustav Mahler per ritrovarmi… E il mio, è stato un continuo aprirmi nonostante i momenti difficili, con il mio amico di sempre, Roberto Kunstler, cantautore e poeta. Nella scrittura a quattro mani delle stesure e dei testi definitivi del disco, in particolare nei brani “Ed ora” e “Mano nella mano“. Difficile è stato trovare le parole che meglio potevano adattarsi alla trama sonora, senza dover rinunciare al loro significato. Il vero lavoro è stato riuscire a definire il componimento metrico e poetico alla luce di una griglia armonica preesistente e già completa. L’Italiano non è come l’inglese ed è una lingua in cui mancano le tronche e spazia negli endecasillabi o tra gli alessandrini e gli ottonari mascherati. Dal punto di vista tecnico, il disco si muove tra le quartine nelle quali gli endecasillabi riflettono ciò che effettivamente percepiamo e vogliamo comunicare. Non è un caso che la Divina Commedia sia stata scritta in endecasillabi: è il verso prediletto dei poeti italiani.

In questo album un cammeo importante è il brano di Bruno Lauzi, artista che ha vissuto la musica con grande scettiscismo pur riuscendo a essere, infinitamente, un artista poetico?

Ho conosciuto prima le sue canzoni poi ho avuto la fortuna di conoscerlo nel ‘96. Quando ci incontrammo – lui venne a casa mia – cominciammo a suonare tutte le canzoni che ci passavano per la mente. Da As time goes by a When I fall in love, passando per Sweet Baby James e Walking Man di James Taylor. Chiaramente lui cantava e io al pianoforte. A un certo punto Bruno prese la chitarra e suonò  una serie di canzoni bellissime che non conoscevo, tra queste “Io senza te, tu senza me“. Visto il grande, comune, amore per la musica brasiliana e alla luce del fatto che il brano (inciso da Bruno in un vinile del ’90 dal titolo “Pagine), ma non incluso nel suo ultimo album “Ciocco Latino” dedicato ai ritmi afro-latini, è stato naturale per me inserirlo in questo disco. Un omaggio ad un artista che non va dimenticato. Lui è uno dei grandi patriarchi della grande Scuola Genovese. Ha fatto tante cose nella sua carriera: il cabaret, lo scrittore, il cantante, il poeta e ci ha lasciato delle grandi canzoni. E’ stato secondo me anche vittima del periodo storico caratterizzato dalla crisi della musica, che da troppo tempo ormai, in Italia, si è orientata verso un mercato omologato che non mira più alla qualità. Bruno aveva un carattere magari spigoloso, ma era una persona di una ironia incredibile e mi ha dato consigli preziosi. Quando raggiunsi il successo con Sanremo nel 2003 mi fece capire che quello per me doveva rappresentare un nuovo inizio, per spingermi oltre, andare sempre avanti nella ricerca musicale, con umiltà e passione, considerandolo solo un momento di passaggio. E se devo tanto a Lauzi non posso non dirti che anche Sergio Bardotti, grande amico comune, mi è stato di grande aiuto, musicalmente e umanamente, per continuare il mio cammino.

Cosa puoi dire ai giovani che pensano di fare il tuo stesso mestiere, nonostante la musica continui a vivere questo momento di stasi?

Ad un giovane posso portare il mio esempio e dire che per raggiungere il mio obiettivo ho lasciato la mia terra e sono riuscito a crearmi una indipendenza facendo i lavori più svariati: dall’aiuto orafo al runner per una agenzia di assicurazioni, dal pianista nei posti più strani al venditore di frutti di mare appena pescati. Fondamentale e, quindi determinante è stato fare la grande gavetta che mi ha portato a suonare in tutti i locali, dalla Lombardia alla Calabria isole comprese e il mio successo è arrivato ad una età matura. Penso che ai giovani sia importante essere d’esempio ribadendo che il successo va costruito nel tempo con umiltà. Le cose che accadono anche le più difficili sono ostacoli che ti mettono alla prova, che ti riportano a te stesso, a pensare, a riflettere. A capire quanto arde veramente il sacro fuoco dell’arte, a capire chi sei e dove vuoi arrivare. E’ un lungo sentiero che va in parallelo con quello della vita, fino alla fine. Alle persone che ci ascoltano va dato il massimo che possiamo dare con onestà e sincerità; e lì c’è il vero scambio. Questa è la musica. Le persone che ci ascoltano, il loro silenzio attento in un Teatro è musica. La loro partecipazione è musica.

Spiritualità alla ricerca della propria essenza attraverso la sperimentazione alla ricerca del proprio tempio?

Parlando del Tempio non dobbiamo mai dimenticare che secondo il mito, all’inizio del genere umano nel mondo abbiamo due correnti. La stirpe di Abele e quella di Caino. Noi musici, cantori, poeti e scienziati siamo tutti figli di Caino, per l’audacia del genio ribelle mostrato in funzione della ricerca dell’indipendenza: noi tutti lavoriamo al grande tempio dell’umanità. E’ nostro compito riedificarlo. E il 22 novembre ripartirà il tour dal prestigioso Teatro Petruzzelli di Bari, con Fabrizio Bosso alla tromba e flicorno, Amedeo Ariano alla batteria, Francesco Puglisi al contrabbasso e Bruno Marcozzi alle percussioni. Sarà un momento emozionante, succede sempre ancora in ogni concerto. Le note nasceranno spontanee ed insieme ai mie amici cercheremo di reinventare la musica trasformando le canzoni del nuovo album in un viaggio ogni volta sempre diverso.

Come è stato lavorare con Gegé?

E’ stato un vero piacere, la partecipazione di Gegè e il suo contributo, un vero regalo. Sul brano “Ed ora” ne è nata una improvvisazione che esprime al meglio il suo talento e spero di ritrovarlo presto, quando avrà un concerto dal vivo o in radio.

E…

Se siamo riusciti in questa chiaccherata a trasmettere almeno in parte, l’importanza della musica e delle sue evoluzioni nell’avvenire, te ne sono grato, io non posso vivere senza.

di Giovanni Pirri

Tag:, , , , , , , ,

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: