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#dalpalcodicasamia #iorestoacasa

Michele Amadori è uno di quegli artisti che non appena li ascolti capisci subito che hanno un universo dentro che li anima. Ogni parola che usano nei testi, ogni nota che mettono nelle melodie sono un melting pot frutto di esperienza, sagacia e cultura ma anche figlie dell’arte dell’incontro.
Michele è un artista dai pensieri e dalla creatività a tutto tondo ma anche quadrata e, poi, esagonale, cilindrica, piramidale…  comunque geometricamente centrata nel complesso mondo delle canzoni che aiutano a liberare dalle rigide geometrie discografiche, il pensiero di chi le ascolta…

Quelle geometrie che arrivano, prima per la dimensione del loro perimetro di espansione nelle radio che per la qualità del loro contenuto.

Anche Michele Amadori partecipa ai live del progetto #DALPALCODICASAMIA e si esibirà live il 23 aprile alle ore 21:30 sulla pagina http://www.facebook.com/dalpalcodicasamia

Ecco le risposte alle nostre domande “quando un giorno vista l’ora è appena finito e un nuovo giorno è appena iniziato…” (cit. M. Aamadori).

Michele cercandoti nella rete spicca una definizione interessante che prova a riassumere la tua bio e che ti definisce un “piccolo” cantautore tascabile…
Come si diventa tascabili?

Partiamo col dire che per essere tascabili bisogna avere delle caratteristiche fisiche che a me non mancano. Mi sono autodefinito “cantautore tascabile” diversi anni fa, vista la mia altezza non proprio da giocatore di basket. Prendendo spunto da “Inch High l’occhio privato” (l’investigatore), un vecchio cartone che vedevo da bambino, mi è sempre piaciuto pensare a un piccolo cantautore, nascosto nelle tasche o nelle borse delle persone che, su esplicita richiesta, tipo S.O.S. potesse spuntare fuori con una canzone adatta al momento.

Quando ripensi, se ci ripensi, a quello che hai fatto qual è la prima cosa che ti viene in mente?
E la seconda? Che rapporto hai con il passato?

Se mi volto indietro, ahimè, forse c’è del rammarico o forse no, non lo so, dovrei andare da un analista bravo e “capire, capirsi e forse anche capirci, quando un giorno vista l’ora è appena finito e un nuovo giorno è appena iniziato”. Scherzi a parte, sono sempre stato un pessimo venditore di me stesso. Non ho mai mandato le mie canzoni alle case discografiche, non ho mai fatto nulla, diciamo, per cercare di sfondare. Forse non sarebbe cambiato nulla o forse sì, chi lo sa. Rimango dell’idea che se fossi stato un fenomeno, magari qualcuno alla porta prima o poi avrebbe bussato. Certo, se poi analizzo il panorama musicale odierno, non mi sento di certo inferiore a chi ha avuto più fortuna o forse solo più tenacia di me.

Nel tuo percorso non ti sei fatto mancare nulla: compositore per la tua musica, compositore per cinema e televisione. Mondi totalmente diversi o paralleli?

A mio avviso, tecnicamente sono mondi totalmente diversi.
Nel creare una canzone, c’è una parte importante che è il testo e devi con molta attenzione trovare il giusto compromesso per fare in modo che la musica non prevarichi, e che il messaggio, sempre che ce ne sia uno, arrivi in modo diretto e chiaro. Lavorare sulle immagini ti permette invece di osare un po’ di più, di spaziare, di sottolineare. Sicuramente, in entrambi i casi, ci devi mettere cuore, sensibilità e tanta passione.

Progetti ai quali sei più legato? O sono tutti “figli” di eguale bellezza?

Ogni progetto mi riporta a un momento preciso della mia vita.
Pensarlo o riascoltarlo, fa apparire, in modo nitido, dentro di me alcune immagini e sensazioni difficilmente descrivibili. Essendo comunque severo con me stesso, spunta sempre fuori quella critica e quella solita frase: “Qui avrei potuto fare meglio”. È chiaro che non tutti i progetti musicali sono della stessa levatura e anche della stessa importanza a livello di riuscita e di successo.
Sicuramente il lavoro più importante che ho fatto e a cui sono comunque particolarmente legato è l’ultimo. Sto parlando del cartone animato “La stella di Andra e Tati”, prodotto da Larcadarte e Rai Ragazzi, in collaborazione con il MIUR, che ha riscontrato un enorme successo in tutto il mondo, vincendo anche diversi premi. Il primo cartone animato europeo sulla Shoah… e le musiche sono mie. Bel colpo, no?
Come cantautore invece sono legato a ogni singola canzone, anche quelle all’apparenza meno riuscite. Noto dal primo album all’ultimo una costante crescita musicale, una maturazione; forse è normale, boh!

Aneddoti e/o incontri ai quali sei legato particolarmente?

Aneddoti tantissimi, ma adesso per assurdo non me ne viene in mente nessuno che valga la pena di essere raccontato. Sugli incontri mi piace ricordare il periodo del “Garlic Show” di Mauro Di Maggio nei lunedì sera al Lian, quando il locale si trovava ancora a San Lorenzo. Lì ho conosciuto diversi artisti, cantautori e musicisti; gran parte di loro sono diventati anche grandi amici che frequento o con cui collaboro ancora oggi. Cito giusto alcuni musicisti e cantautori ma la lista sarebbe lunga: Alberto Lombardi (che è anche il produttore artistico degli ultimi due album), Marco Rovinelli, Pierpaolo Ranieri, Nicco Verrienti, Luca Bussoletti e Roberto Casalino!

Come ti poni di fronte alla tua professione? Segui una direzione o preferisci lasciarti trasportare dall’arte degli incontri? Hai sviluppato un metodo/formula Michele Amadori ?

Mi lascio senza ombra di dubbio trasportare dall’arte degli incontri. Il metodo Amadori cantautore è: scrivi quello che piace a te, quello che senti, senza strizzare l’occhio alla moda del momento o forzarti di fare un brano, soltanto per entrare nelle grazie di qualcuno.

Hai all’attivo sei tue pubblicazioni.. Come nascono i tuoi dischi? All’inizio c’è una scintilla che ti apre a nuova creatività oppure c’è più la voglia di mettere insieme dei frammenti scritti già qui e là?

Un po’ e un po’. L’ultimo disco, per esempio, è nato da una voglia irrefrenabile (non scrivevo da tanto) e da una creatività inaspettata, che mi ha portato a comporre la maggior parte dei brani nell’arco di tre, quattro giorni. Poi è stato completato con alcune canzoni che già avevo.
Comunque, tutti i miei dischi nascono dal bisogno personale di mettere un punto a un periodo musicale. Come dicevo in precedenza, non sono andato mai alla ricerca del successo. Egoisticamente parlando, mi rendo conto di dire una cosa assurda, i dischi li faccio principalmente per me stesso.

Hai un tuo tuo cassetto dei sogni (artistico) e se sì cosa conserva?

Ne avevo uno, ma dopo l’ultimo trasloco fatto ormai diversi anni fa, ho deciso di cambiare i mobili. Quindi l’ho buttato con tutte le cose dentro. Forse l’unica cosa che vorrei oggi, è che un mio brano avesse la forza, soprattutto mediatica, di arrivare a tutti.
Poi dovrebbe piacere tantissimo e a quel punto, come per magia, tutte le altre canzoni edite dovrebbero sparire, in modo che le persone, che si ritrovano a casa un mio disco, possano alla fine essere premiati e sentirsi dei privilegiati.
Questo pseudo-sogno ce l’avevo appeso nell’armadio e non nel cassetto, per questo l’ho detto!!!

Se potessi c’è qualcosa che, oggi, vorresti tanto dire al Michele di ieri, il Michele degli esordi? 
C’è qualcosa che ti ripeti spesso per non dimenticare?

Penso di aver già detto qualcosa a riguardo qualche domanda fa. Al Michele di ieri forse direi di avere più faccia tosta, crederci di più, spedire le canzoni, farle ascoltare ai produttori, in modo da non aver nessun rimpianto. Ma ripeto, malgrado tutto, non penso di essere un artista incompreso; fossi stato un fenomeno, qualcuno, anche per sbaglio, mi avrebbe notato. Può darsi (ma non lo penso affatto) che ciò che scrivo sia poco accattivante per il grande pubblico, o forse non ho solo i mezzi adatti per arrivarci, forse faccio canzoni poco “piacione” o solamente poco interessanti, non lo so. In conclusione, posso tranquillamente dire che la gente può fare benissimo a meno della mia musica e io posso continuare a farla senza dover rendere conto a nessuno.

Progetti in corso e progetti futuri?

Ho da poco scritto due nuovi brani… Se mi gira esco con un singolo… e poi rientro subito 🙂

di Giovanni Pirri

 

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