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REPORTAGE: CORONAVIRUS, L’EMERGENZA DEGLI ALTRI
Da lunedì 4 maggio 5 podcast per 5 città: www.radio24.it

C’è chi ha scelto il lockdown più duro, come la Cina, chi di affidarsi al senso civico con pochi divieti, come la Svezia. C’è chi ha scoperto di essere più fragile di quel che credeva, come New York, e chi scommette sulle sue forze anticipando la riapertura, come la Germania. L’emergenza Covid19 ci ha fatto scoprire i tanti volti di un mondo che pensavamo di conoscere ma che ha mostrato molte facce.

 

Modello Svezia, contro l’epidemia niente divieti
Reportage di Teresa Trillò.

La Svezia è ancora l’unico Paese del Nord Europa a non aver imposto la quarantena obbligatoria ai suoi 10 milioni di abitanti. Il Governo guidato dal social democratico Stefan Lovfen ha dettato le linee guida da seguire indicate dall’Agenzia nazionale della salute pubblica e ha invitato i cittadini al rispetto delle regole. Nessuna imposizione, solo raccomandazioni . Chiuse, poi, solo le scuole superiori e le università, vietati gli assembramenti con più di 50 persone, manifestazioni sportive e politiche rinviate, ristoranti e caffè sono aperti ma rispettando le distanze di sicurezza con obbligo di servizio al tavolo.  Dal 31 gennaio, giorno in cui si è registrato il primo caso, il coronavirus si è diffuso ovunque, i malati sono quasi ventimila, i morti più di 2.300 e le persone in terapia intensiva si avvicinano a soglia 1.400. Stoccolma è la città più colpita. Le scelte strategiche dell’epidemiologo di Stato Anders Tegnell hanno scatenato un dibattito a volte aspro nella comunità scientifica. Anche senza lockdown, la crisi coronavirus ha comunque colpito duro l’economia: lo scenario peggiore della Riksbank, la banca centrale svedese, stima il  Pil a – 9,7% e la disoccupazione al 10,1%. Il centro di Stoccolma non è più lo stesso, ora la città è praticamente vuota.

Cina-Italia, andata e ritorno nella lotta al virus
Reportage di Anna Marino

Sui rintocchi di mezzanotte al suono di clacson delle auto tornate a circolare e delle sirene delle imbarcazioni che hanno ripreso la navigazione sul fiume Giallo, l’8 aprile Wuhan ha smesso di essere una città fantasma. Finito il durissimo lockdown per l’emergenza  Covid 19: 76 giorni nella città cinese primo focolaio di coronavirus. A lasciare Wuhan furono anche molti italiani con una vita tra il nostro paese e la Cina. Ha vissuto due lockdown, nel paese del Dragone e in Italia, Gioele Leone, 19 anni, nato e cresciuto a Milano.  Si è diplomato in italia a giugno 2019 e a settembre era partito per la Cina per gli studi in affari internazionali e diplomazia a Pechino. Ora vuole tornarci per laurearsi. Era in Cina per lavoro, invece, l’imprenditrice Eleonora Buganè Pedretti, Managing Director Fürlog,azienda modenese che fornisce soluzioni intermodali di trasporto. Tante storie di andata e ritorno sulla via della Seta. Fili che vorrebbero riannodare, nonostante tutto.

La Germania scommette sulla riapertura. Ma l’emergenza non è finita
Reportage di Raffaella Calandra

Una cesta, con mascherine gratuite accanto alle vetrine. Banchi di scuola distanziati. Smartworking prolungato. La Germania esce anche così – con gradualità – dal suo lockdown, dopo 6 settimane e 6mila morti. Riaprono chiese e musei, consentite anche piccole manifestazioni e ci si interroga sul calcio a porte chiuse. Anche a Berlino, il dibattito è acceso sui tempi e modi della fase2. Si registra qualche protesta e pure minacce ad un virologo. In tanti – come l’influente presidente della Camera, Wolfang Schaeuble – criticano poi la scelta della cancelliera Angela Merkel di anteporre a tutto la tutela della salute. Un sondaggio rivela che il 20% dei tedeschi teme infatti di perdere il lavoro. Tra le industrie più in crisi quella della movida berlinese. “Forse fino al 2021 non potremo organizzare nulla, ma noi siamo una delle anime della città”, ci racconta il gestore di uno dei club, accusato di essere allarmista, quando – dopo che la mamma si era ammalata di coronavirus – sollecitava la chiusura dei locali. “La Germania non ha avuto l’immagine della morte e del dolore, come in Italia, per questo – riflette- l’emergenza è stata vissuta in modo diverso”. Nel dibattito pubblico, ci si interroga anche sull’ipotesi di uno smartworking volontario e prolungato anche dopo l’emergenza, mentre – dopo la freddezza iniziale – anche nell’ opinione pubblica è aumentata la predisposizione alla solidarietà finanziaria dell’Ue verso Paesi più colpiti, come l’Italia.

Londra, dall‘immunità di gregge al restate a casa. Escalation di una crisi
Reportage di Livia Zancaner .

Nella City le strade sono deserte, bar, negozi, scuole e ristoranti sono chiusi. Il premier Boris Johnson per il coronavirus ha rischiato la vita e la regina Elisabetta si è trasferita a Windsor. Il lockdown è stato prorogato a maggio e i medici lavorano 24 ore su 24. Ma nonostante questo  i britannici, in particolare i londinesi, raccontano di una città tranquilla, che nelle giornate di sole vive l’ora d’aria concessa nei parchi e lungo le rive del Tamigi. Nel reportage le testimonianze dal St Thomas, ospedale nel centro di Londra, dal mondo dell’università e della scuola, dall’imprenditoria e la voce di un avvocato fiscalista che spiega come alcuni cittadini, italiani compresi, abbiano preferito lasciare la città

ll gigante ferito. New York si scopre fragile 
Reportage di Riccardo Barlaam.

New York non è solo Manattan. E le tante contraddizioni di una città che ha tante anime sono esplose davanti agli occhi del mondo intero quando il coronavirus ha fermato anche il gigante d’America. La grande mela deve fare i conti con i suoi limiti e fragilità. Nel Bronx si riscoprono le fosse comuni, ma al contempo anche tanta umanità. Le storie di una donna che lavora come medico in prima linea, di un insegnante che cerca di far partire la didattica a distanza nei quartieri meno tecnologici di una città che è il simbolo della modernità.

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