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L’importanza della longevità nell’hip-hop è il titolo della seconda Giffoni Impact dedicata alla musica. L’argomento è attualissimo. Poiché l’approccio al business hip hop oramai travalica gli step della classica gavetta, grazie all’home recording e ai nuovi media che permettono di promuoversi e farsi notare anche da un vasto pubblico, si sono abbattuti i filtri che rendevano l’espressione artistica matura e poi completa.

Oggi come oggi è molto facile autoprodursi un singolo o un video e distribuirlo sulle maggiori piattaforme online, ed è da qui che deve partire una riflessione rispetto al futuro dell’hip hop in Italia. E allora chi meglio di una icona del rap italiano poteva discutere, stimolato dal giornalista di la Repubblica Gino Castaldo, di come s’inizia una carriera artistica, e, soprattutto, di come fare a restare a lungo in un mercato complesso e fluttuante?

Guè Pequeno è senza dubbio uno dei massimi rappresentanti della cultura hip hop oltre ad essere un punto di riferimento, con Marracash, per molti giovani talenti; sia per la sua elevata qualità artistica ma anche, appunto, per la capacità di restare sulla cresta dell’onda dalla fine degli anni ’90 ad oggi. Con Jake la Furia e Dargen D’amico, suo compagno di classe al liceo, forma nel 1997 il gruppo musicale Sacre Scuole che produce un solo disco. La fama arriva più tardi, quando a Dargen subentra Don Joe, e il nome del gruppo muta in Club Dogo. Insieme ai Dogo pubblica 7 album e molti singoli di successo fino al 2014.

Il trio non si è mai sciolto ufficialmente: “Mai dire mai, ci sono troppe persone coinvolte e finché la reunion non sarà un fatto di cuore, non credo sia giusto parlarne”, dichiara durante la masterclass. Dal 2011 Guè diventa solista, ma prima fonda l’etichetta discografica Tanta Roba per poi pubblicare il disco Il Ragazzo D’oro, album certificato disco d’oro. Seguono altri quattro album: Bravo Ragazzo, Vero, Santeria (con Marracash) e Gentleman, che gli fanno guadagnare un altro disco d’oro e tre dischi di platino. A giugno scorso ha pubblicato il nuovo album dal titolo Mr. Fini edito dalla Island/Universal ancora al top delle classifiche di vendita e di streaming.

Nel 2018 pubblica la sua autobiografia, intitolata Guèrriero. Una testimonianza di vita artistica intensa e piena di racconti per un rapper sincero e senza peli sulla lingua. Come è vivere d’artista maturo in una genere musicale così giovanile? “Premetto che ho sempre valorizzato nuovi talenti con molti featuring e fondando anche una label indipendente che ha lanciato tanti giovani – dice -. E ringrazio di essere ancora rilevante nell’hip hop italiano. La mia maturità, mi soddisfa e fa capire che il rap non è solo musica per adolescenti, è anche adatto per un pubblico eterogeneo”. Negli anni il suo stile è cambiato: “Il mio approccio ai testi ama le figure retoriche, oggi invece predomina il suono e la musicalità, ma soprattutto la melodia, mente il testo ha un valore secondario. Per me, invece, il testo rap è ancora molto importante. Nonostante ciò mi seguono ancora”. La sua musica mescola diversi linguaggi e dialetti. “L’hip hop unisce, da sempre. Il napoletano mi piace molto. Al di là della credibilità preferisco sempre il flow napoletano”.

A tratti sembra contrariato rispetto al “politicamente corretto” adottato nella comunicazione. Le sue stoccate contro i colleghi sono leggere, ma ci sono e ribadiscono vecchi concetti: “È un’esagerazione, sembra una cosa totalitaria dove non è possibile dire nulla. Si viene immediatamente travisati specie sui social network. Io non mi pento di nulla rispetto a polemiche con Fedez o Ghali, ognuno deve dire quello che pensa in piena libertà. Basta leggere bene quello che scrivo e cosa intendo dire; invece in rete parte subito una sassaiola quando mi esprimo”.

Gino Castaldo gli chiede cosa gli abbia lasciato la sua esperienza a The Voice: “Mi ha cambiato e arricchito tantissimo, tutta quella parte del pubblico di Rai2 che non era mio, coloro che pensavano che non ero nessuno, hanno avuto modo di capirmi di più e conoscere la mia cultura e la mia preparazione. In un certo senso mi sono sentito rivalutato, ho dimostrato quello che so fare e chi sono veramente”. Quanto agli inizi, dice: “Dei Dogo ho ricordi piacevoli. All’inizio del mio percorso era tutto nuovo, non si pensava ai soldi, ma eravamo più innocenti. Invece ora essendo nel music business da tanti anni, vedo i ventenni che subito hanno successo e guadagnano e mi chiedo: avranno la forza di restare, andare avanti nel tempo? Non mi piacciono gli artisti “fake”, quelli che diventano più influencer che musicisti, che pensano a sponsorizzare prodotti e fotografarsi su Instagram, a fare shopping invece di parlare di musica! E invece noto che i media danno più importanza a queste cose effimere, anche giornali nazionali autorevoli si sono sostituiti a una qualsiasi rivista di gossip!”.

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